HONG KONG E ARTICOLO 18

HONG KONG E ARTICOLO 18

Dal 27 settembre migliaia di manifestanti hanno bloccato le strade di Hong Kong per protestare contro la decisione della Cina di non permettere libere elezioni nel 2017. Alla manifestazione degli attivisti di Occupy Central HK, si sono aggiunti studenti e lavoratori dopo che la polizia ha tentato di disperdere la folla. La Cina ha avvertito le altre nazioni di non immischiarsi negli affari di Hong Kong affermando che le proteste sono una questione interna, così come oramai se ne contano a migliaia ogni anno in questo paese.

La protesta ha avuto avvio per una richiesta di voto libero: in realtà il diritto di voto ad Hong Kong esiste già ma la Cina ha deciso di designare i candidati. Dietro questo conflitto politico vi sono problemi più profondi. I cittadini di Hong Kong non si sentono cinesi e hanno sempre più paura della Cina in quanto questa sembra non permettere una serie di riforme in tema di lavoro e uguaglianza sociale: il disagio espresso è quindi anche sociale non solo una richiesta di riforma elettorale. Un disagio che vede noi occidentali direttamente interessati: la nostra situazione economica e finanziaria oggi è in profonda difficoltà in quanto, oltre alle mancate modernizzazioni del nostro sistema produttivo e burocratico, ci siamo trovati a dover competere negli ultimi vent’anni con economie emergenti sempre più aggressive e sregolate. Prima l’est europeo e quindi Cina e India. Realtà nelle quali solo una presa di coscienza dei propri diritti ed una richiesta di un tenore di vita più rispettoso dell’uomo potrà mettere correttamente a confronto il nostro sistema produttivo con quello asiatico. Diversamente potremo solo competere nel campo della qualità del prodotto (per quanto ancora?) e nella sua innovazione, non certo confrontandoci su costi e quantità. Le aziende europee reagiscono con lentezza a questo fenomeno di migrazione di capitali e produzione. Questo si spiega con la necessità di difendere i posti di lavoro in questa parte del mondo. Certo, non possiamo competere solo diminuendo le tutele nel nostro paese o seguire la corsa al ribasso del costo del lavoro e della precarizzazione, ma risolvere alcuni problemi nel nostro sistema lavoro certamente: discutere sulla grande diversità di tutele e garanzie esistenti tra pubblico e privato, tra lavoratore autonomo e dipendente, tra baby pensionato ed esodato, TFR in busta paga o meno. L’articolo 18 è “un tema”, non è “il tema” da affrontare, ciascuno con il proprio pensiero. Il confronto con paesi con una popolazione che supera i 2 miliardi di persone è ora impari e rischia di rimanere tale per molto tempo: esiste in Asia un’offerta di manodopera così abbondante che, anche in caso di aumento dei redditi, è improbabile che i salari salgano ai livelli europei almeno per un lungo periodo. Il costo procapite della produzione è di circa 1.500 dollari in Cina. Occorrerà molto perché arrivi alla soglia europea di 30 mila dollari, per cui a lungo i cinesi e indiani godranno del vantaggio dei bassi costi di produzione e di una grandissima leva innovatrice data dai milioni di persone che annualmente Cina ed India formano e laureano nel campo delle nuove tecnologie. Ben venga quindi il superamento del tabù dell’articolo 18 come proposto dal Governo. Ma questo non sia l’unico punto oggetto di riforma. Tutele progressive, rivisitazione delle disparità esistenti all’interno del mercato del lavoro come prima detto previo dialogo con le parti sociali. Ma soprattutto occorre ripensare allo sviluppo Paese, questa unica forma per creare posti di lavoro in Italia. Quale sviluppo può avere un Paese che da decenni non ha una politica industriale, che non sa individuare in modo inequivoco le direttrici su cui orientare gli investimenti pubblici e i fondi europei? La disoccupazione oggi appare un problema non solo derivante da modifiche mondiali del mondo del lavoro ma anche la conseguenza di un irrisolto problema di visione, che purtroppo ancora si stenta ad affrontare.


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