IN MARCIA A PARIGI PER DIFENDERE LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA

IN MARCIA A PARIGI PER DIFENDERE LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA

marcia_parigi3La Marcia Repubblicana di Parigi non è stata solo la più grande manifestazione europea dal dopoguerra: ha rappresentato una vera e propria presa di coscienza collettiva della gravità della sfida che il terrorismo porta alla democrazia e della necessità di unità e determinazione nell’affrontarlo. I due milioni di cittadini di ogni razza, religione, etnia e nazionalità scesi in piazza a Parigi lo hanno compreso fino in fondo, dicendo un no forte e chiaro al fanatismo, alla violenza, all’intolleranza. È stato importante che decine di capi di stato e di governo abbiano preso parte alla manifestazione, perché il segnale di coesione che serviva è arrivato. È stato utile vedere insieme i leader di tutta Europa, dopo anni di divisioni e bisticci, perché solo uniti possiamo sconfiggere il terrorismo islamista che ci ha dichiarato guerra l’11 settembre 2001. Ma tutto porta a credere che la strada verso la sconfitta degli integralisti sarà ancora lunga e dolorosa.

Negli ultimi tredici anni molti si sono illusi che esistesse una soluzione meramente militare contro la Jihad fondamentalista. Siamo andati in Afghanistan, in Iraq, in ogni parte del mondo dove fosse percepita una minaccia (vera o presunta) per l’Occidente. Tredici anni dopo dobbiamo fare i conti con il nemico in casa nostra, dobbiamo combattere terroristi nati e cresciuti in Europa che hanno ingrossato le fila dell’esercito del cosiddetto Stato Islamico.

Evidentemente, la lotta va condotta su più terreni. Quello della sicurezza, sicuramente: guai ad abbassare la guardia, a dimostrare debolezza e irresolutezza nel contrasto del terrorismo. Ma anche quello culturale, sociale, politico. Il nostro modello di convivenza fa acqua da molti punti, si dimostra spesso non in grado di integrare gli immigrati nel nostro sistema sociale, culturale e politico. È una questione di enorme portata, per Paesi – Italia compresa – nei quali gli stranieri rappresentano ormai un decimo della popolazione. Ma tutto questo investe in pieno anche l’Islam, la sua capacità di fare fino in fondo i conti con la modernità, con la democrazia repubblicana, con la parità di genere. Ma da parte nostra non dobbiamo cadere nel grave errore di strumentalizzare questo tragico evento per sostenere posizioni politiche, l’argomento deve essere trattato e spiegato con la chiave di lettura della democrazia. In questo mi trovo profondamente in disaccordo con l’iniziativa, integralista, intrapresa dall’assessore della Regione Veneto Elena Donazzan, che ha inviato una circolare in cui si chiede a tutti i presidi delle scuole della Regione di far discutere di quanto accaduto, condannando i fatti e chiedendo a genitori e studenti stranieri di dissociarsi, e condannando la cultura islamica.

Pochi giorni fa il presidente egiziano Al Sisi con un discorso importante e coraggioso pronunciato di fronte agli ulema e imam dell’Università Al Azhar del Cairo ha speso in questo senso parole importanti e coraggiose, sostenendo che l’Islam non può più essere percepito come «fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione» e auspicando una «rivoluzione religiosa» per sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una «visione più illuminata del mondo».

La lezione della Marcia di Parigi è anche questa: aiutare il mondo islamico a mettere ai margini i violenti e gli intolleranti e dimostrare che una società multietnica e multireligiosa ha la capacità di restare unita difendendo con la forza necessaria la libertà e la democrazia, non chiedendo l’omologazione ma offrendo la coesistenza.


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