PIANO CASA O SCUDO FISCALE EDILIZIO?

Il Mattino di Padova – 4 ottobre 2009 – pag. 14

Un provvedimento su cui si punta molto per la ripresa economica, ma che nella sua applicazione pratica presenta ancora troppi punti interrogativi, soprattutto per quanto riguarda la tutela del territorio. Il Governo ha ideato il Piano Casa, per rilanciare l’attività edilizia e dare impulso al sistema economico. La Regione Veneto il 1° luglio scorso ha approvato la legge regionale 14/2009, nota appunto come “Piano casa”, che dovrebbe consentire l’ampliamento degli edifici esistenti e un contestuale miglioramento della qualità architettonica ed edilizia. La Confindustria e l’ANCE (Associazione costruttori) di Padova vedono nel Piano Casa “un volano per far ripartire domanda e occupazione e rinnovare il patrimonio edilizio in modo sostenibile, vincendo la lentezza burocratica delle procedure” e sollecitano i sindaci ad applicarla “con celerità”, auspicando “una forte azione di moral suasion della Provincia”.

Proprio ai sindaci, dunque, spetta ora l’arduo compito di rendere pienamente operativo il Piano Casa, deliberando in merito entro il 30 ottobre prossimo. Ma con quali strumenti e con quanti problemi ancora sul tappeto?

Sgombriamo subito il campo da malintesi: siamo in linea di principio d’accordo con le ragioni che hanno portato al provvedimento, soprattutto se pensiamo che possano scaturirne benefici concreti per i cittadini, in particolare per la valorizzazione dei loro immobili. Ma più di una perplessità nasce se andiamo a verificare dove questo Piano Casa verrà ad essere applicato. La domanda sorge spontanea: gli stessi obiettivi non potevano essere perseguiti con altre proposte, rendendo ad esempio più agevole l’accesso al credito delle famiglie anche a basso reddito, finalizzato all’acquisto di nuove abitazioni? E ancora: non si poteva rendere più agevoli regolamenti e leggi che tanto irrigidiscono piani di recupero complessi e che tuttavia possono portare al recupero di aree degradate?

Il fatto è che il Piano Casa, così com’è stato formulato, comporterà tre probabili conseguenze negative:

  1. l’avvio di azioni legali tra vicini, visto che le finalità della legge sono perseguite in “deroga” agli strumenti urbanistici e regolamenti comunali, ma anche agli strumenti urbanistici provinciali e regionali;
  2. la stasi del mercato immobiliare, visto che il nuovo patrimonio realizzato e non venduto, ora a maggior ragione resterà tale;
  3. la più che concreta possibilità che si cerchi di realizzare ampliamenti “fa da te” eludendo norme di sicurezza e contributive.

È sotto gli occhi di tutti come negli ultimi vent’anni il territorio del Veneto sia stato sottoposto a un  vero scempio. Il risultato è la “città diffusa”, una polverizzazione dell’edificato che ha fatto perdere ai nostri luoghi identità e riconoscibilità; territori anonimi, troppo abitati, troppo trafficati, soffocati da cemento, smog, inquinamento di ogni tipo e purtroppo sempre più “brutti” e sempre più idrologicamente dissestati.

Per questo ora la prospettiva di un ulteriore accrescimento dei volumi abitativi spaventa per i suoi possibili effetti deturpanti sul paesaggio, ma anche sulla qualità della vita, dell’estetica, degli spazi vivibili (si pensi ai sacrosanti diritti all’aria e alla luce).

Queste considerazioni, che penso possano essere pienamente condivise da tutti gli schieramenti politici, impongono oggi ai sindaci più di una riflessione, non per voler “frenare lo sviluppo”, ma proprio perché ci sentiamo i primi tutori del territorio che amministriamo, della qualità della vita dei nostri concittadini e della salvaguardia dell’ambiente da trasmettere alle generazioni future.

Chi, se non i sindaci, dovrà vigilare su eventuali contenziosi che potrebbero sorgere fra vicini in fase di “adeguamento” della loro proprietà? Chi dovrà scongiurare possibili abusi? Chi sarà chiamato a verificare la correttezza degli ampliamenti delle zone industriali? E con quali strumenti concreti?

Orfani di un vero federalismo, e sottoposti a costanti tagli di bilancio che “spuntano” ogni arma di controllo, rischiamo dunque di essere impotenti a governare un fenomeno che, senza verifiche serie ed efficaci in corso d’opera, e non solo a cose ormai fatte, rischia di trasformarsi in una sorta di scudo fiscale edilizio, una sanatoria per gli abusi, un ulteriore strumento di sfruttamento intensivo (e insensato) del territorio. Soprattutto non si è tenuto minimamente conto del territorio. Su questo non possiamo fare assolutamente niente, tanto meno vigilare. Non si tratta di verificare in corso d’opera, ma di costruire preventivamente gli scenari possibili, un attimo dopo è troppo tardi.


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