RIDARE SPERANZA A CHI È IN CRISI

Il Mattino di Padova – 24 gennaio 2010 – pag. 27

È successo, forse doveva succedere. Nella triste contabilità dei suicidi, che nelle ultime settimane riempie le pagine di cronaca, è entrata anche la morte di un nostro concittadino. Giuseppe Nicoletto si è tolto la vita in silenzio, senza lasciare biglietti o messaggi, oppresso dalla crisi, senza più lavoro né famiglia, scrivono i giornali. Di fronte a un gesto così estremo, così inappellabile, ci sentiamo tutti impotenti: mancano gli strumenti per capire, ma sembrano venir meno anche  gli strumenti per agire, per impedire sul nascere che persone così giovani, di fronte alle piccole e grandi sconfitte della vita, avvertano tutto il peso della propria “inadeguatezza” e “decidano” di non farcela più.

È vero, ogni caso fa storia a sé; le implicazioni psicologiche e le personali vicende esistenziali giocano sempre un ruolo decisivo. Ma far finta che la crisi economica non c’entri è davvero un atteggiamento miope e suicida, questo sì. Perché la crisi si fa sentire in tutta la sua drammaticità anche in una realtà coesa e solidale come è, ed è sempre stata, quella di Cadoneghe. Nel tanto (un tempo) decantato Nord-Est delle imprese, il progressivo deteriorarsi  di modelli socio-economici, fino ad oggi considerati un esempio, rischia di produrre esiti catastrofici. Conosciamo bene il panorama: aziende che chiudono, indebitamento crescente delle famiglie, cassa integrazione e disoccupazione, nascita di nuove marginalità. Noi amministratori locali abbiamo una percezione diretta e inequivocabile della crisi: i nostri servizi sociali ricevono un numero crescente di richieste di aiuto e rappresentano un termometro che registra una realtà inquietante. I segnali di difficoltà oggi giungono, infatti, non solo dai lavoratori dipendenti, ma anche dai professionisti, dai piccoli imprenditori, dagli artigiani. Significa che siamo ben lungi dalla ripresa di cui molti incautamente parlano. E significa anche  che i cittadini vedono negli amministratori locali le persone che più di altre possono essere loro vicine nei momenti difficili.

Perciò bisogna porsi seriamente il problema e dotarsi di strumenti efficaci per intervenire a monte. Questo vuol dire avere a disposizione fondi, strutture e competenze. A Cadoneghe, nonostante le ristrettezze del patto di stabilità e i sempre minori trasferimenti dallo Stato centrale, stiamo tentando di farlo: abbiamo istituito il prestito d’onore per le persone in difficoltà con il lavoro, abbiamo destinato dei fondi per aiutare chi è in difficoltà nel pagare l’affitto, cerchiamo di sostenere chi è a rischio di sfratto. Soprattutto abbiamo sempre le porte aperte per dare ascolto a chi ha bisogno.

Ma non basta. Perché la prima cosa che dobbiamo assicurare ai nostri concittadini è l’idea di futuro. Dobbiamo restituire speranze e prospettive a chi si sente con le spalle al muro, a chi non crede più nella solidarietà, nell’importanza della scuola e dell’educazione, nei progressi della ricerca, nel riconoscimento del valore del lavoro, della professionalità e dell’imprenditoria. E in tutto questo lo Stato non ci deve lasciare soli.


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